Questo articolo nasce anche da una canzone.
Se vuoi entrarci davvero, ascoltala mentre leggi.
Casa.
Una parola semplice.
Una parola che usiamo continuamente.
Cinque lettere che, in realtà, possono contenere una vita intera.
Ma che, se ci pensiamo davvero, forse non sappiamo nemmeno più definire.
Perché casa non è soltanto il posto in cui viviamo.
Casa è anche il posto in cui ci sentiamo felici.
È il luogo in cui possiamo essere noi stessi senza dover dimostrare niente a nessuno.
È un gruppo di persone.
È una famiglia.
È un ricordo.
È una strada che abbiamo percorso mille volte.
È una panchina sulla quale abbiamo passato ore.
È persino una singola persona: quella che riesce a farci stare bene, quella che riesce a strapparci un sorriso anche quando abbiamo la testa piena di problemi.
Casa, forse, è semplicemente quel posto da cui non vorresti mai andare via.
Ed io, negli ultimi quattro anni della mia vita, ho cambiato e trovato tante "case".
La prima è quella che tutti associamo a questa parola.
La casa che abitiamo.
Nel mio caso, la casa in cui sono nato.
Quella casa in cui sono cresciuto.
Quella in cui, per ventidue anni, ho avuto sempre qualcuno dall'altra parte della porta.
I miei genitori.
Le mie sorelle.
I miei pelosetti a quattro zampe.
Le mie abitudini.
Le mie cose.
Le mie sicurezze.
Poi, nel 2022, ho preso forse una delle decisioni più importanti della mia vita.
Ho scelto di andare via.
Ho scelto di aprire un mutuo.
Ho scelto di tuffarmi, forse per la prima volta davvero, nella vita da adulto.
E improvvisamente ho iniziato a intestarmi le utenze.
Luce.
Gas.
Internet.
Ho imparato a fare le lavatrici.
Ho imparato a cucinare.
O meglio... a provarci.
Ho imparato cosa significa tornare a casa e sapere che quella casa dipende completamente da te.
Ho cambiato città.
Quartiere.
Abitudini.
Conoscenze.
Ho lasciato quel posto, quella casa, che per ventidue anni mi aveva protetto.
E, senza rendermene conto, insieme a quella casa ne ho lasciata un'altra.
Il mio Oratorio.
Il mio porto sicuro.
La mia seconda casa.
Perché l'Oratorio di Precotto è sempre stato qualcosa di difficile da spiegare a chi non lo ha mai vissuto.
Non è semplicemente un luogo.
Non sono semplicemente quattro mura, un campo da calcio, una palestra, un bar, un cortile.
È qualcosa che senti.
È qualcosa che respiri.
È quel posto dove entri e, anche dopo giorni, settimane o mesi, qualcuno ti riconosce.
Ti saluta.
Ti sorride.
Ti chiede come stai.
E magari non hai nemmeno bisogno di rispondere.
Perché lì...
sei a casa.
Per anni sono stato praticamente ogni giorno in quell'Oratorio.
Eppure, quando uscivo, c'era una differenza che prima non sentivo.
Non bastavano più quei duecento metri.
Prima uscivo dall'Oratorio e in pochi minuti ero a casa.
Dopo...
dovevo prendere la macchina.
E quella cosa, cazzo, quanto mi è pesata.
Perché improvvisamente mi sono accorto che una parte della mia vita era diventata lontana.
Non geograficamente.
Emotivamente.
E forse è proprio questa la cosa più strana delle case.
A volte ti basta spostarti di qualche chilometro per capire quanto fosse importante un luogo.
Poi arriva il 2024 e conosco un'altra casa.
Questa volta fatta di persone.
Fraternità.
Un'esperienza di amicizia.
Di Fede vera, autentica.
Di persone, col tempo diventati amici, con cui condividere un pezzo di strada.
La strada della vita!
Poi è arrivata la fine del 2024.
Un altro cambiamento.
Un altro lavoro.
Un'altra strada.
Un'altra casa della mia vita che era arrivato il momento di salutare, di realizzare che non ci avrei messo più piede, per sempre.
E così, lentamente, mi sono ritrovato con sempre più pezzi della mia vita sparsi in posti diversi.
Ma c'era un luogo che continuava a rimanere lì.
Il mio Oratorio.
La mia seconda casa.
Oggi torno lì.
E quando ci torno mi accorgo che, nonostante tutto, qualcosa non è cambiato.
Mi sento ancora a casa.
Mi sento ancora accolto.
Mi sento ancora protetto.
Mi sento ancora abbracciato.
Mi sento ancora circondato da persone che conosco e che, in qualche modo, so che mi vogliono bene e che per me sono casa.
E forse sì...
questa è la mia comfort zone.
Lo so.
Ma sapete una cosa?
Non credo che ci sia sempre qualcosa di sbagliato nel voler restare nella propria comfort zone.
A volte la comfort zone è semplicemente il posto in cui riesci finalmente a respirare.
Ed io, lì, respiro.
Potrei dirmi che dovrei conoscere persone nuove.
Frequentare posti nuovi.
Costruire qualcosa di diverso.
Andare oltre all'Oratorio di Precotto.
Andre oltre a Fraternità.
Andare oltre al lavoro.
ANDARE OLTRE!
E probabilmente è vero.
Ma sapete un'altra cosa ancora?
Io in Oratorio ci voglio andare.
Ci voglio tornare.
Voglio passarci tempo.
Voglio vivere quelle persone, quei campi, quelle serate, quelle risate.
Voglio continuare ad esserci.
Perché oggi quell'Oratorio è anche l'unico legame che mi è rimasto con Precotto.
Non vivo più lì.
La mia vita, ormai, è altrove.
Eppure quando torno lì...
una parte di me torna a casa.
E poi ci sono momenti come quello della fotografia.
Un tramonto.
Un campo vuoto.
Un canestro.
Le reti.
Le luci che iniziano ad accendersi.
Il cielo che cambia colore.
E ti fermi.
Guardi.
E pensi:
"Cazzo, quanto sono innamorato di questo posto."
Non perché sia il posto più bello del mondo.
Non perché sia perfetto.
Ma perché è appartenenza.
Perché dentro quelle mura, sopra quei campi, in quelle persone, ci sono pezzi della mia vita.
Ci sono ricordi.
Ci sono bambini che oggi vedo correre negli stessi spazi in cui, tanti anni fa, correvo io.
Bambini che ho visto diventare ragazzi.
Ragazzi che ho visto diventare adulti.
E forse è questa la cosa che mi emoziona di più.
Pensare che una parte di quello che io ho ricevuto possa, in qualche modo, essere trasmessa a qualcun altro.
Che qualcuno possa crescere lì.
Fare amicizie lì.
Innamorarsi lì.
Litigare lì.
Ridere lì.
Piangere lì.
Cadere e rialzarsi lì.
E un giorno, magari, andarsene.
Come hanno fatto tante altre persone.
Perché crescere significa anche questo.
Andare via.
Cambiare.
Costruire una propria vita.
Ma magari...
tornare.
Perché alcuni posti non li lasci mai davvero.
Li porti dentro.
Perché se oggi sono quello che sono, una parte di me è passata di lì.
E allora vorrei restituire qualcosa.
Vorrei che anche qualcun altro possa trovare quello che di bello ho trovato io.
E forse è questo che significa casa.
Non un luogo dal quale non te ne vai mai.
Ma un luogo nel quale, anche dopo anni, puoi tornare...
e sentirti esattamente dove dovresti essere.
Forse un giorno me ne andrò ancora.
Cambierò ancora casa.
Cambierò ancora città.
Cambierò ancora lavoro.
Cambierò ancora abitudini.
Cambiero ancora persone.
Forse la vita mi poterà in luoghi che oggi nemmeno conosco.
E magari costruirò una famiglia.
E quella diventerà la mia casa più importante.
Io non so quante altre "case" troverò lungo la mia vita.
Probabilmente tante.
Ma sono abbastanza sicuro di una cosa.
Ogni volta che tornerò a Precotto...
ogni volta che attraverserò quel cancello...
ogni volta che vedrò quei campi...
una parte di me avrà la sensazione di essere tornata a casa.
E allora forse non importa quanto lontano andremo.
Non importa quante volte cambieremo vita.
Non importa quante porte chiuderemo alle nostre spalle.
Ci saranno sempre quei luoghi capaci di ricordarci chi siamo stati.
E, forse, anche chi siamo diventati.
Perché casa non è sempre dove vivi.
A volte è semplicemente dove, quando torni, sei felice di essere tornato.