/giorno 1/

Scritto il 27/08/2026
by edo.


Giorno 1 - Giovedì 27 agosto

 

È passato un anno.

E sono di nuovo qui.

Di nuovo a Loreto.

Con Fraternità, ma senza (don) Alberto.

Al quinto raduno di Fraternità, ma questa volta siamo soltanto noi dello staff.

Non ci sono più 500 giovani. Siamo circa 200.

È cambiato tutto e, allo stesso tempo, forse non è cambiato niente.

E mentre guardo le persone intorno a me, mi chiedo perché sono tornato.

Cosa sto cercando?

Non lo so.

E la cosa buffa è che non mi vergogno nemmeno più di non saperlo.

Forse sono venuto qui per riscoprire me stesso.

Forse perché credo ancora nella missione di Fraternità. 

Forse perché ho bisogno di camminare insieme a quelle persone che negli anni sono diventate molto più che semplici amici ma fratelli e sorelle.

O forse sono semplicemente tornato perché una parte di me aveva bisogno di tornare.

Eppure, nonostante tutte queste domande, sono felice.

Ed è forse da questa contraddizione che comincia il mio primo giorno a Loreto.

 

Questa sera ci hanno messo davanti tre post-it.

Tre colori.

Tre domande

Tre domande su (don) Alberto.

Uno azzurro: per cosa vuoi dire grazie a don Alberto?

Uno giallo: per cosa vuoi chiedergli perdono?

Uno rosso: cosa ti ha ferito?

Li ho guardati per un po’.

E mi sono reso conto che avrei potuto riempirli tutti.

Perché nella vita ci sono persone che non puoi semplicemente classificare come “belle” o “brutte”, “giuste” o “sbagliate”, “positive” o “negative”.

Ci sono persone che ti hanno dato tantissimo e che, allo stesso tempo, ti hanno fatto male.

Persone alle quali devi dire grazie, ma dalle quali avresti voluto qualcosa di diverso.

Persone che ti hanno insegnato a camminare e che, a un certo punto, hanno smesso di camminare al tuo fianco.

E forse (don) Alberto, per me, è proprio questo.

 

Sul post-it azzurro scriverei innanzitutto:

Grazie.

Grazie perché attraverso di lui sono arrivato a Fraternità.

E attraverso Fraternità ho incontrato persone.

Amici veri.

Persone che hanno cambiato il modo in cui guardo la mia vita.

Nel mio cammino ne ho incontrate tantissime.

Alcune sono rimaste, altre sono arrivate per un periodo soltanto. Alcune mi hanno fatto crescere, altre mi hanno fatto cambiare idea, altre ancora mi hanno insegnato il valore dell’amicizia.

Ci sono state persone che mi hanno fatto innamorare da perdere la testa e che mi hanno fatto scoprire quanto possa essere potente l’amore.

E ci sono state persone che mi hanno ferito.

Alcune ferite sono ancora lì.

Ma anche quelle persone hanno lasciato qualcosa.

Perché alla fine siamo anche questo: la somma di tutte le persone che abbiamo incontrato, di tutte le parole che abbiamo ascoltato, degli abbracci che abbiamo ricevuto e persino delle ferite che abbiamo dovuto imparare a sopportare.

E se guardo indietro, so che una parte di tutto questo è cominciata grazie a lui.

Prima di Fraternità ero molto più chiuso.

Avevo il mio guscio.

E forse ci stavo anche abbastanza bene dentro.

Poi qualcosa mi ha dato una scossa.

Ho iniziato a uscire.

A conoscere.

A vivere.

A mettermi in gioco.

E, soprattutto, ho iniziato a scoprire la Fede.

Per questo, sul post-it azzurro, probabilmente scriverei una cosa molto semplice:

Grazie per avermi cambiato la vita.

 

Poi prenderei quello giallo.

E qui farei più fatica.

Perché dovrei chiedere perdono.

E dovrei farlo per qualcosa che, in fondo, so essere responsabilità mia.

Don Alberto ci ha sempre insegnato che la Fede non può dipendere da una persona.

Che un sacerdote può accompagnarti, può indicarti una strada, può aiutarti a guardare oltre, ma non può diventare la tua Fede.

La Fede devi costruirla dentro di te.

Deve diventare tua.

E invece io, forse, non ci sono riuscito.

Perché quando se n'è andato, qualcosa dentro di me si è rotto.

E da quel momento ho iniziato a fare una fatica enorme.

Una fatica che faccio ancora oggi.

Dannatamente fatica, cazzo.

Perché era il mio punto di riferimento.

E quando perdi un punto di riferimento non basta sapere razionalmente che devi andare avanti.

Devi imparare a farlo.

E io sto ancora imparando.

Per questo chiedo perdono.

Per non essere riuscito a separare completamente la mia Fede dalla sua persona.

Per aver smarrito qualcosa che mi aveva aiutato a trovare.

Ma forse questo post-it giallo non è soltanto una richiesta di perdono.

È anche una promessa.

Perché io ci sto provando.

Sto cercando quella Fede che ho smarrito.

Sto cercando di capire se quello che mi ha trasmesso don Alberto possa finalmente diventare qualcosa che non dipenda più da lui.

Qualcosa che rimanga dentro di me anche senza di lui.

 

E poi c’è quello rosso.

Il più difficile.

Quello delle ferite.

Perché sì, io sono ferito.

E non voglio fingere che non sia così.

Non sono ferito perché hai scelto di lasciare il sacerdozio.

Non sono ferito perché ha fatto una scelta diversa dalla mia.

Non sono ferito perché ha deciso di cambiare la sua vita.

Quella è la sua vita.

E io non ho il diritto di pretendere che lui la viva come avrei voluto io.

La mia ferita è un’altra.

È il silenzio.

È aver perso il dialogo.

È essere passato dal sentirmi chiamare “figlio” al non riuscire più nemmeno a confrontarmi con lui.

Lui che ci hai chiamato così tante volte.

Lui che hai costruito, insieme a noi, quella Fraternità a cui ha dedicato anni della sua vita.

Lui che per quella Fraternità si è messo in gioco.

Ha giocato.

Ha combattuto.

Ha creduto.

E poi, quando è sceso da quel palco, ha scelto di andare.

E io l’ho rispettato.

Ma non significa che non mi abbia fatto male.

Avrei voluto continuare a parlargli.

Avrei voluto raccontargli i miei dubbi.

Avrei voluto discutere con lui delle cose che non capivo.

Avrei voluto continuare a cercare risposte insieme.

E invece quella chat è stata archiviata.

Definitivamente.

E lui hai scelto di camminare da solo.

Forse ne aveva bisogno.

Forse era necessario.

Forse un giorno riuscirò a capirlo.

Ma oggi posso soltanto essere sincero:

mi ha ferito.

E non credo che ammetterlo significhi cancellare tutto ciò che di bello c’è stato.

Anzi.

Forse significa proprio il contrario.

Perché ci feriscono davvero soltanto le persone che hanno avuto un posto importante dentro di noi.

 

E allora eccomi qui.

A Loreto.

Un anno dopo.

Con meno persone.

Come staff.

Senza (don) Alberto.

Con una Fede che non so bene dove sia finita.

Con domande a cui non ho ancora trovato risposta.

Con qualche ferita.

Con qualche cicatrice.

E con la voglia, nonostante tutto, di esserci.

Perché forse non sono venuto qui per trovare qualcosa.

Forse sono venuto qui per cercare.

E forse c’è una differenza enorme.

Trovare significa arrivare.

Cercare significa continuare a camminare.

E io, almeno per adesso, voglio continuare a camminare.

Non so cosa porterò a casa tra quattro giorni.

Magari tornerò pieno di buoni propositi, come le altre volte.

Magari tornerò con quella sensazione di grazia che a Loreto ho già provato.

Magari tornerò deluso.

Magari tornerò con più dubbi di prima.

Magari tornerò persino più vuoto.

Ma voglio vivere questi giorni senza pretendere che mi diano necessariamente una risposta.

Voglio ascoltare.

Voglio guardare.

Voglio incontrare.

Voglio farmi mettere in discussione.

Voglio vivere questa esperienza fino in fondo.

Perché forse la Fede non è avere tutte le risposte.

Forse, qualche volta, è avere il coraggio di continuare a fare domande.

 

Stasera ho davanti tre post-it.

Azzurro.

Giallo.

Rosso.

Grazie. Perdono. Ferite.

E più li guardo, più penso che forse non siano poi così diversi tra loro.

Perché posso dire grazie a qualcuno che mi ha ferito.

Posso chiedergli perdono per qualcosa che non sono riuscito a fare.

Posso essere arrabbiato, deluso, ferito e contemporaneamente riconoscente.

Posso voler bene a una persona anche se non capisco le sue scelte.

Posso sentire la sua mancanza senza necessariamente voler tornare indietro.

Posso essere ancora in cammino anche se non so dove sto andando.

E forse, alla fine, è proprio questo che sto cercando a Loreto.

Non una risposta.

Non una soluzione.

Non necessariamente un segno.

Sto cercando di capire come si continua a camminare quando perdi il punto di riferimento che ti aveva insegnato a farlo.

E forse è una domanda alla quale non troverò risposta in questi quattro giorni.

Ma va bene così.

Perché oggi è soltanto il primo giorno.

E per oggi voglio semplicemente vivere.

Vivere questa Fraternità.

Vivere queste persone.

Vivere questo posto.

Vivere questa grazia.

E, comunque vada, alla fine della giornata, riuscire ancora a dire:

Grazie.