/dalla parte sbagliata/

Scritto il 17/07/2026
by edo.



Ci sono notizie che si leggono.

E poi ci sono notizie che fanno male.

Che ti lasciano addosso una rabbia difficile da spiegare.

Che ti fanno abbassare il telefono e domandarti dove stiamo andando.

La sentenza sul caso di Mario Roggero è una di quelle.

Da cittadino italiano mi sento deluso.

Profondamente deluso.

Mi sento deluso da uno Stato dal quale oggi faccio fatica a sentirmi protetto.

Da uno Stato che, guardando questa vicenda, mi trasmette la sensazione di non riuscire più a distinguere davvero chi quella violenza l'ha subita da chi ha scelto di provocarla.

Perché prima della sentenza c'è una storia.

Una storia che troppo spesso viene riassunta in poche righe.

Una storia fatta di paura.

Di terrore.

Di traumi.

Di notti insonni.

Di una gioielleria diventata, più di una volta, il teatro dell'incubo peggiore che un commerciante possa vivere.

Provate a immaginarlo.

Siete nel vostro negozio.

State lavorando.

State semplicemente facendo ciò che fate ogni giorno per mantenere la vostra famiglia.

Poi, all'improvviso, la porta si apre.

Entrano uomini armati.

Una pistola viene puntata verso di voi.

In un istante il tempo si ferma.

Non sapete se vivrete ancora cinque minuti.

Non sapete se rivedrete vostra moglie.

Non sapete se vostra figlia uscirà viva da quel negozio.

Non sapete nulla.

Sapete soltanto che la vostra vita, da quel momento, non dipende più da voi.

Dipende da qualcuno che ha deciso che i vostri sacrifici valgono meno del bottino che vuole portarsi via.

Chi non ha mai vissuto una situazione del genere difficilmente può comprendere cosa accada nella mente di una persona.

L'adrenalina cancella la lucidità.

La paura prende il controllo.

Ogni secondo sembra durare un'eternità.

Ogni gesto può essere l'ultimo.

Ogni parola potrebbe essere quella che precede uno sparo.

Ed è proprio questo che continuo a chiedermi.

Come si può pretendere di giudicare quei momenti come se fossero stati vissuti nella tranquillità di un ufficio, con il tempo di riflettere, ragionare e pesare ogni scelta?

Come si può dimenticare tutto quello che è successo prima?

Le rapine subite.

Le aggressioni.

La paura costante.

La consapevolezza che ogni mattina, alzando quella serranda, qualcuno avrebbe potuto entrare ancora una volta per trasformare il lavoro di una vita in un inferno.

Poi arriva la sentenza.

Quattordici anni e nove mesi.

E un risarcimento milionario ai familiari delle persone uccise.

Leggo queste parole.

Le rileggo.

E dentro di me nasce una domanda che non riesco a zittire.

Quand'è che una vittima smette di essere considerata una vittima?

Perché è questa la sensazione che provo.

La sensazione che lo Stato, almeno agli occhi di tanti cittadini, abbia smarrito qualcosa.

Non la legge.

Il senso di giustizia.

Perché la giustizia non dovrebbe limitarsi ad applicare un codice.

Dovrebbe anche riuscire a far sentire protette le persone oneste.

Quelle che ogni mattina aprono un negozio.

Quelle che pagano le tasse.

Quelle che costruiscono una vita con fatica.

Quelle che, uscendo di casa, non pensano a fare del male a nessuno.

Oggi, invece, temo che molti commercianti abbiano provato la mia stessa sensazione.

La sensazione di essere soli.

La sensazione che, se un giorno dovessero trovarsi davanti a una canna di pistola, la paura più grande non sarebbe soltanto quella di morire.

Ma anche quella di sopravvivere.

Perché poi potrebbe iniziare un altro incubo.

Quello delle aule di tribunale.

Io non pretendo che tutti condividano il mio pensiero.

Ma pretendo di poter dire che oggi mi sento profondamente amareggiato.

Perché continuo a stare dalla parte di chi lavora.

Di chi costruisce.

Di chi vive onestamente.

Di chi ogni sera spera soltanto di chiudere la serranda e tornare a casa dalla propria famiglia.

Ed è proprio per questo che questa sentenza, nel mio cuore, non rappresenta soltanto la fine di un processo.

Rappresenta una frattura.

Una frattura nel rapporto di fiducia tra tanti cittadini e quello Stato che dovrebbe farli sentire protetti.

Per questo auspico che venga valutata la concessione della Grazia a Mario Roggero.

Non perché questa vicenda sia semplice.

Ma perché credo che dietro quel nome ci sia qualcosa di molto più grande.

C'è una domanda che oggi milioni di italiani continuano a farsi.

In questo Paese, chi si sente davvero protetto?